Perché una badante convivente non timbra l’uscita alle 20:00. Deve esserci sempre.
agenzia badanti italiana

Dentro una giornata che non finisce mai

La sveglia non serve, perché spesso è la voce dell’anziano a svegliarti, o il rumore lieve dei suoi passi incerti nel corridoio.

Alle 6:30 del mattino, una badante convivente è già sveglia. Non perché lo impone un cartellino da timbrare, ma perché la giornata inizia lì, dove finisce il sonno e comincia la cura.

Preparare la colazione.

Assicurarsi che i farmaci siano quelli giusti, alla giusta ora.

Assistere nella toilette mattutina: lavare il viso, aiutare nei movimenti, rispettare i pudori, ma anche prevenire piaghe, cadute, dimenticanze.

Tutto questo richiede attenzione, pazienza e un’intimità che va oltre il lavoro.

Poi c’è la casa: sistemare il letto, pulire il bagno, spolverare, fare la spesa se necessario. E nel frattempo restare all’erta: perché l’anziano può chiedere qualcosa in ogni momento, può confondersi, può avere un crollo fisico o emotivo.

 

Alle 11:30 si comincia a cucinare.

Ogni anziano ha le sue abitudini, le sue ossessioni alimentari. Ci sono quelli che mangiano solo minestrina, quelli che vogliono “le cose come le faceva mia moglie”. E tu devi mediare, con rispetto e creatività.

Pranzo. Digestione. Passeggiata – se la salute lo permette.

La badante convivente non ha “pausa pranzo”. Ha frammenti di tempo: mentre l’anziano dorme un po’, mentre guarda la TV, mentre ripete cento volte le stesse storie.

Il pomeriggio è fatto di compagnia, chiacchiere, sorveglianza discreta.

Ma è anche il momento più fragile: quello in cui la solitudine dell’anziano si fa più pesante, e la badante deve diventare anche psicologa, nipote, confidente.

Alle 18 si ricomincia: si prepara la cena, si gestiscono i farmaci serali, si aiuta nella toilette della sera.

Ci sono serate tranquille e serate drammatiche: crisi di ansia, dolori improvvisi, ricordi confusi, notti insonni.

 Perché una badante convivente non timbra l’uscita alle 20:00.

Vive lì.

Deve esserci sempre.

 

“Vivere nella casa di un’altra persona significa mettere da parte molto di te stessa.

A volte non puoi nemmeno scegliere cosa guardare in TV, cosa mangiare, o quando dormire.

Ma poi ti svegli una mattina e capisci che quell’anziana signora che all’inizio ti guardava con diffidenza ora ti prende la mano e ti chiama per nome.”

Così racconta Cristina, 49 anni, rumena, convivente da 7 anni con una signora di 92 anni a Forlì.

La giornata di una badante convivente non finisce mai davvero.

Perché anche nei momenti di pausa, la mente è lì: “Ha preso la pastiglia? Si è alzata dal letto? Ha bevuto abbastanza?”

Ma c’è un’altra verità:

in questo ritmo instabile, in questa routine faticosa, nasce un legame raro.

Un legame che un contratto non può spiegare, ma che tiene insieme due esseri umani in un equilibrio di necessità e affetto.

 Essere badante convivente è un lavoro. Ma è anche una missione.

Una che si vive ogni giorno, ogni ora, ogni minuto.

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Irina e Concetta

Irina ha 52 anni, viene dalla Moldavia. Concetta ne ha 89, vive a Matera, non cammina più da due anni.

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